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lunedì 11 aprile 2022

 Storie nella Storia: frammenti di un passato da ricordare
La strage di Monte Carmignano- Caiazzo


Dal Volume « Caiazzo non perdona il Boia Nazista. La strage dimenticata, 13 ottobre 1943 »
di Antimo Della Valle, Edizioni Spartaco.



Nell’ottobre del 1943, per ragioni strategiche, il fiume Volturno divenne decisivo per la realizzazione del piano difensivo tedesco che prevedeva la costruzione di una linea difensiva, (linea Gustav) per ritardare l’avanzata dell’esercito alleato verso nord. Per consentire l’allestimento dello sbarramento difensivo e completare le fortificazioni, soprattutto nella zona di Cassino, Kesselring organizzò una dura resistenza lungo il Volturno sfruttando le pessime condizioni atmosferiche. Il fiume è un vero e proprio ostacolo naturale perché le lunghe piogge creano periodi di piena e rendono il terreno circostante impraticabile. Vi furono aspri combattimenti tra le truppe anglo-americane e i tedeschi che si erano schierati lungo la riva settentrionale del fiume, con l’intento di difendere la linea difensiva. L’attacco della Quinta Armata contro le linee del Volturno iniziò la notte del 12 ottobre e, dopo due giorni di duri combattimenti, gli Alleati riuscirono a superare il fiume e conquistare la città di Caiazzo, un baluardo per la resistenza dei tedeschi che avevano organizzato una difesa efficace formata da unità di retroguardia sparse lungo la dorsale delle colline.


Mentre gli Alleati stavano per oltrepassare il fiume, la sera del 13 ottobre un manipolo di soldati tedeschi, guidati dal giovane sottotenente Wolfgang Lehnigk-Emden, che occupavano una casa utilizzata come posto di comando sul Monte Carmignano, un colle che domina la valle del Volturno, uccisero gli abitanti di un casolare, che si erano rifugiati per sfuggire ai bombardamenti. Fu una strage. Furono annientati due interi nuclei familiari: quattro uomini, sette donne e undici bambini. Le vittime erano dei civili inermi, sospettati di aver lanciato segnali luminosi agli Alleati. I tedeschi li massacrarono con raffiche di mitra per poi straziarne i corpi. Il giorno dopo gli Americani superarono la linea difensiva tedesca sul Volturno e occuparono la cittadina di Caiazzo. Con loro arrivarono i corrispondenti di guerra americani che documentarono la terribile strage. William Stoneman, del Chicago Daily News, salì sul colle, alla periferia di Caiazzo, e dopo aver accertato che si era trattato di un massacro, iniziò a raccontare agli americani che alcuni tedeschi in ritirata verso il fronte di Cassino avevano ucciso donne e bambini, lasciando i corpi ammassati accanto al casolare dove si erano rifugiati. Nella sua lunga corrispondenza raccontò di aver trascorso la giornata più sofferta della sua vita collezionando le «peggiori esperienze che si possono fare in un’intera esistenza».

Stoneman informò il Servizio segreto militare americano dell’accaduto e cominciò a raccogliere elementi in grado di identificare il reparto di appartenenza delle truppe tedesche. Alcuni giorni dopo, l’esercito americano catturò un gruppo di militari tedeschi della terza compagnia del 29° Panzer Grenadier Regiment, tra i quali il responsabile della strage: Wolfgang Lehnigk-Emden, sottotenente di 21 anni. Condotto nel campo di prigionia di Aversa, l’ufficiale della Wehrmacht confessò di aver comandato la spedizione sul Monte Carmignano e di aver ordinato ai suoi soldati di uccidere i civili. Emden fu condotto ad Algeri in un campo di prigionia americano per comparire dinanzi ad una Commissione d’inchiesta, ma nell’agosto del 1945, in circostanze mai chiarite, riuscì a ritornare in Germania. In Italia nessuno conosceva il nome del responsabile della strage e i particolari dell’inchiesta, condotta dal Servizio segreto militare, poiché il Comando della Quinta Armata aveva comunicato di non «trasmettere i risultati alla stampa» per evitare rappresaglie nei confronti dei soldati americani. Ma Stoneman conosceva perfettamente i risultati dell’inchiesta, e quando fu nominato assistente per i crimini di guerra del Segretario Generale delle Nazioni Unite, inserì il nome di Emden nella lista dei criminali di guerra. L’inviato di guerra americano sollecitò il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti per consentire la cattura del responsabile della terribile strage, inviando parte della documentazione raccolta dalla commissione d’inchiesta americana. Dopo una indagine interna, gli americani compresero di non essere in grado di individuare il prigioniero di guerra che nel frattempo era riuscito a rientrare in Germania. Nel luglio del 1946, il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti inviò il dossier sulla strage al Governo italiano, evitando ogni coinvolgimento delle autorità americane responsabili di non aver consegnato il criminale alla giustizia italiana.

Così Stoneman si rivolse direttamente elle autorità italiane: il 10 marzo 1949, scrisse al ministro degli Esteri Carlo Sforza, per informarlo che un criminale di guerra, responsabile dell’eccidio di Caiazzo, era stato rimpatriato e non consegnato alla magistratura italiana. «Caro Conte Sforza, ricorro alla nostra conoscenza nei giorni difficili del 1943 e del 1944 – scrive Stoneman – per chiedere il vostro aiuto per scoprire se e cosa è stato fatto per punire e arrestare il tenente Wolfgang Lehnihk-Emden, quel giovane bruto tedesco che fu responsabile dell’uccisione di oltre venti civili italiani a Caiazzo».
Il Ministero degli Affari Esteri, dopo aver attivato una procedura per verificare i fatti e trasmesso i documenti alla procura generale militare, decise di non rintracciare il responsabile « in considerazione della fase delicata che attraversano le trattative attualmente in corso con le Autorità Sovietiche per la nota relativa ai presunti criminali di guerra detenuti in Italia e richiesti dal Governo dell’Urss». Il Ministero degli Esteri e la Procura Generale mostrarono una grande preoccupazione per le sorti dei criminali italiani richiesti dal governo dell’Urss e, per non compromettere le trattative in corso con le autorità sovietiche, decisero di non avviare il procedimento penale a carico di Emden. Il fascicolo fu archiviato in un armadio presso il Tribunale Supremo Militare di Roma e sulla strage di Caiazzo si alzò una coltre di silenzio e indifferenza.

Alla fine degli anni Ottanta, un italoamericano appassionato di storia, Joseph Agnone, mentre studiava la guerra sul Volturno, scoprì casualmente a Washington il dossier sulla strage di Caiazzo e inviò il carteggio alla magistratura italiana. Nel gennaio del 1991 la procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere avviò un procedimento penale a carico dei responsabili dell’eccidio di Caiazzo. Contemporaneamente anche in Germania fu avviata un’inchiesta che condusse all’arresto dell’ex ufficiale tedesco. Il sostituto procuratore Paolo Albano, che avviò l’istruttoria a carico dell’ex ufficiale tedesco, interrogò l’imputato nel carcere di Coblenza. «Mi trovai di fronte un uomo anziano, all’epoca aveva 70 anni, ma ancora forte ed energico – scrive il magistrato nel Diario di un pubblico ministero zoppicava leggermente poiché era rimasto claudicante per effetto di una ferita di guerra. Affrontò l’interrogatorio con atteggiamento glaciale, non vi fu un solo attimo in cui quest’uomo si sia commosso o abbia tradito un attimo di emozione: appariva impassibile. Mi colpì moltissimo la sua freddezza nel ricordare gli avvenimenti di quelle sera di quasi 50 anni prima […] Non mostrava nessun dispiacere, nessun tipo di pentimento».

Il 18 gennaio 1994 il Tribunale Superiore di Coblenza, sulla base di una sentenza della Corte di Cassazione del 1969, annullò il procedimento penale a carico di Lehnigk-Emden in quanto il reato era caduto in prescrizione. Non solo. Le autorità tedesche non concessero l’estradizione impedendo alla magistrature italiane di trasferire in Italia l’ex ufficiale della Wehrmacht.
Nonostante tutte le difficoltà, la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere presieduta dal procuratore di Cassino, Gianfranco Izzo, il 25 ottobre 1994 condannò all’ergastolo, in contumacia, l’ex tenente della Wehrmacht, Wolfgang Lehnigk-Emden e l’ex serpente Kurt Schuster. «La valutazione complessiva degli elementi acquisiti al processo» – si legge nella motivazione della sentenza «consente di individuare con certezza nell’imputato Lehnigk-Emden il promotore dell’azione delittuosa, ossia come colui che la ideò, ne assunse l’iniziativa e l’attuò in concorso con altri militari offertisi corne volontari». Ancora. «Questa Corte ritiene», scrive il giudice a latere Rosa Maria Caturano, «di poter legittimamente affermare che la condotta criminosa di Emden e Schuster fu tale da costituire un’ignominia indelebile per lo stesso esercito cui essi appartenevano».

Quel 13 ottobre 1943…
di Guido Ambrosino da "il Manifesto" del 9 febbraio 1994.

I dizionari dicono di Caiazzo che sorge “in amena posizione, sulle pendici di un colle che degrada verso il Volturno, a 23 km da Caserta. Il 13 ottobre 1943 i quattromila abitanti del paese si trovarono sulla linea del fronte.
Da Napoli avanzava la quinta armata americana. Sul monte Carmignano si era asserragliata la terza compagnia del 29esimo reggimento dei Panzergrenadier.

Tra loro c’era il tenente Wolfgang Lehnig-Enden, nato il 10 dicembre 1922 a Calau, vicino Cottbus. E rimasta una foto del tenente allora ventenne: un viso liscio da ragazzino, occhialetti di tartaruga. Dalle testimonianze dei subordinati sappiamo che non lo stimavano. Lo studente puntellava la sua vacillante autorità esibendo fanatismo. La compagnia si sentiva in terra nemica. L’8 settembre, 5 settimane prima, l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli alleati. La popolazione civile veniva considerata un potenziale avversario, ed il 29esimo reggimento dei granatieri corrazzati si comportava di conseguenza.
Nel diario del reggimento, alla data 16 settembre 1943, si legge che la ritirata procede secondo i piani e si aggiunge: “Fucilati diversi civili per intimidire la popolazione. La sera del 13 ottobre 1943 il tenente Lehnigk-Emden era particolarmente nervoso. Proprio quel giorno il governo Badoglio aveva dichiarato guerra alla Germania, e gli americani incalzavano: nella notte tra il 13 e il 14 i tedeschi lasciarono le posizioni sul monte Carmignano. Poche ore prima della ritirata, il massacro. L’ufficiale crede di vedere segnali luminosi da una vicina masseria. Un riflesso su un vetro che sbatte?  L’ondeggiare di un lume?
Lehnigk-Emden non ha dubbi: per lui quelli sono segnali rivolti agli americani.
Che la quinta armata avesse avuto il tempo di costruire una rete di informatori tra i contadini di Caiazzo é quanto mai inverosimile, tanto più in quei giorni di movimento del fronte. Del resto il casolare non poteva essere visto dalle posizioni americane.
Lehnigk-Emden, che sospetta dappertutto « traditori », irrompe nella casa con un paio di soldati e vi trova 22 persone: le famiglie Perrone, D’Agostino, Palumbo e Massadoro. I quattro capi famiglia vengono trascinati via come « partigiani » e portati al comando di compagnia, duecento metri più in alto. Lehnigk-Emden guida l’esecuzione e ammazza anche unragazzo di 14 anni e 2 donne, che si erano aggrappate i loro uomini e li avevano seguiti.
La scena si imprime nella memoria del granatiere Wilhelm May che, fatto prigioniero dagli americani il 4 novembre con 34 uomini della terza compagnia, racconta il massacro. La sua deposizione, raccolta ad Aversa il 5 novembre 1943, è confermata dal soldato Lella (o Leila), dai caporali Zikorski (o Sikorski: la grafia dei nomi oscilla) e Ligmanovski, dal sottufficiale Richter.  Secondo Wilhe May il tenente dice: laggiù ce ne sono molti altri ancora, dobbiamo fucilarli tutti. Lehnigk-Emden, accompagnato dai sottufficiali Kurt Schuster e Hans Gnass che lo avevano aiutato nella prima carneficina, torna alla prima masseria dove sono rimaste 15 persone : 10 bambini e bambine, la più piccola di 3 anni e, 5 donne e ragazze, la più giovane sedicenne.

I soldati gettano granate dentro casa, dalle finestre. Chi fugge all’aperto viene falciato dai mitra, o massacrato con le baionette e i calci dei fucili. Il granatiere Wilhelm May, nella sua dichiarazione agli americani aggiunge « Io ed un moi compagno ci dicemmo che avremmo dovuto ammazzare Lehnigk-Emden, perché quel che aveva fatto era una vergogna per l’esercito tedesco. I verbali sono redatti da Hans Habe, giornalista di origine austriaca rifugiatosi negli Usa e tornato in Europa con l’uniforme dell’Us Army. Habe interroga anche Lehnigk-Emden, che in un primo tempo ammette solo la fucilazione di quattro uomini, e mente sostenendo di aver avuto l’ordine di fucilarli dal comandante di compagnia Draschke (secondo gli altri prigionieri, a Lehnigk-Emden che sollecitava una rappresaglia Draschke rispose, « non voglio assumermi questa responsabilità », e subito dopo si allontanò per prendere contatto col comando del battaglione.
L’8 novembre Lehnigk-Emden confessa che anche delle donne erano state uccise, ma cerca di giustificarne la morte sostenendo che si erano gettate davanti agli uomini, sulla linea di fuoco. Lehnigk-Emden, trasferitosi in un campo di prigionia in Algeria, viene nuovamente interrogato insieme agli altri testimoni da una commissione d’inchiesta. Riesce a fuggire, anche se con una ferita alla gamba, lo ritrovano gli inglesi, ed una loro nave ospedale lo riporta in Europa.
A Goettingen lo rilasciano per errore. Nei suoi confronti pende già un mandato di cattura, ma un soldato americano ha commesso uno sbaglio nel trascrivere il nome. Invece di Wolfgang Lehnigk-Emden sul documento si legge Wolfgang Lemick. Questa inesattezza gli consente di dileguarsi.  Nessuno conosce un Lemick. Col suo vero nome l’ex tenente si sposa nel 1950 e si trasferisce a Ochtendung, un paese di 4500 abitanti vicino Coblenza. Lavora con un certo successo come architetto e siede nel consiglio comunale (sin dal 1946 si è iscritto alla SPD). Dal 1966 presiede l’associazione che organizza il carnevale a Ochtendung.
Al processo si è arrivati grazie alle ricerche di Giuseppe Agnone, nato in un paese vicino Caiazzo ed emigrato negli Usa nel 1956 e di documenti trovati a Caiazzo dallo storico Giuseppe Capobianco. Negli archivi Usa Agnone trovò i verbali completi degli interrogatori di Aversa e di quelli effettuati in Algeria. Gli atti, classificati come “riservati” (confidenziali) erano stati nel frattempo resi accessibili. II nome del responsabile vi era scritto correttamente. Agnone consegnò le copie alla procura di Santa Maria Capua Vetere. L’Interpol si mosse. Il 15 ottobre 1992 Wolfgang Lehnigk-Emden venne arrestato. Ora, dal 18 gennaio del 1994, è di nuovo libero.



martedì 26 ottobre 2021

 Commemorazione IV Novembre 2021


I nostri lavori: Lapbook della Memoria storica



Il nostro intervento:

Matilda - Oggi vi voglio raccontare la storia di Johnny il seminatore. E’ tornato a casa, finalmente, dopo mesi di guerra, in un paese lontano, Laggiù.  Ricordo che partì volontario, pieno di buoni propositi, deciso a fare il suo dovere fino in fondo in nome della Patria e della Libertà. Aveva indossato la sua divisa e, fiero, camminava  sicuro di sé come chi fa sempre ciò che è giusto. 
Annachiara: Ma adesso il suo aspetto è diverso, soprattutto gli occhi, sempre velati di una leggera malinconia,  forse per qualcosa che è successo Laggiù. Non parla, sembra immerso nel suoi pensieri, ma oggi è qui perché  il bisogno di raccontare emerge con tutta la sua forza e diventa un fiume in piena. 
Daniele-Era la mia prima missione, quando arrivai era già notte; ero lontano da casa ed ero stanco del viaggio; mi sistemai sulla mia branda e  mi addormentai. Il mattino dopo qualcosa mi ha svegliato: un silenzio totale, assoluto, come non lo avevo mai avvertito prima. Per la prima volta ho visto questo paese, una pianura fatta di sassi e polvere e in lontananza montagne altissime e immense, tutto roccia e ghiaccio. Poi ho sentito un rumore, il rumore dei campanelli  di un gregge di pecore, e dei pastori alti, magri, barbuti, vestiti con quelle palandrane che si usano là. Sembravano molto poveri. Questo è il primo ricordo di Laggiù. Non ho visto neanche un nemico.
Matilda - Com’era la giornata di un soldato? Quali i compiti da assolvere?
Daniele: Ho compiuto 28 missioni nei primi due mesi, con la mia squadriglia di bombardieri. Volavo, seguivo la rotta  tracciata e quando giungevo al punto indicato dalle coordinate, premevo il pulsante e sganciavo le bombe.
Annachiara- Là sotto c’era qualcosa , un obiettivo, una fortezza, una postazione nemica?
-Non lo sapeva, volava molto in alto, vedeva montagne e pianure, ma il mondo gli sembrava indistinto. Missione compiuta-  diceva facendo rapporto al ritorno.
Matilda-E poi cos’è successo? Quando hai deciso di tornare a casa?
Daniele- Finché sganciavo le mie bombe su bersagli ignoti  non mi sono reso conto di nulla, ma poi ho capito… e ancora oggi ne soffro, non riesco a perdonarmi.
Un giorno mi hanno assegnato un nuovo compito, dovevo guidare un aereo piccolo, lento, panciuto. Nella pancia diecimila mine. Sapete che effetto fanno le mine?
Annachiara-Uccidono.
Matilda-Possono essere di tanti tipi.  Alcune uccidono, altre scoppiano, ma non uccidono. Le hanno studiate apposta. Quelle che se le calpesti ti tranciano le gambe, quelle che assomigliano a giocattoli e se i bambini le prendono in mano… addio…. Quelle che colpiscono gli occhi. Cosa ci può essere di più terribile per un bambino di piombare nel buio?
Daniele: Partivo ogni mattina, da solo. Non volavo più alto, ma basso e potevo vedere  i campi, le case, gli animali, le persone  che lavoravano, prendevano l’acqua al pozzo,  coltivavano i campi., andavano a far legna. Sono diventato un seminatore, facevo il mio dovere, seminavo mine.
Avevo ordini precisi: non seminarle a caso, ma attorno ai villaggi e alle case, ai corsi d’acqua e le strade, nei campi.
- Matilda: Ma la guerra si fa con i soldati , ed i soldati non arano i campi, non vanno a prendere l’acqua o a raccogliere legna o a giocare accanto ad un fiume. Non si fa guerra a donne, bambini, anziani, uomini inermi….
- Daniele: Inizialmente non avevo idea di ciò che stavo facendo, poi è successo.
- Annachiara: A cosa ti riferisci?
- Daniele :Mi ero recato in un paese dal nome impronunciabile  quando li vidi arrivare, sembravano fantasmi, pallidi e lenti, vestiti di bianco, ma no, non lo erano. Erano ragazzi, bambini. Arrancavano per quella strada fangosa, appoggiandosi a bastoni e stampelle, sorreggendosi a vicenda. Allora capii: quello era il raccolto della mia semina, le vittime delle mine che distribuivo ogni giorno.
- Annachiara: Come si sarà sentito allora?
- Per niente bene, se ne andò barcollando e non chiuse occhio. Il giorno dopo decise di ritornare a casa. Voglio essere un seminatore, disse, ma non di bombe. Vogli seminare vita, non morte. E’ tornato alla casa di suo padre e ha iniziato a coltivare la terra, sperando che dia dei buoni frutti. La guerra non è mai giusta e le sue conseguenze sono tragiche. 
- Matilda: Sapete dove si trova Laggiù?
- Laggiù può essere ovunque,  nel deserto dell’Africa e tra le montagne dell’Asia, si chiama Eritrea, Etiopia,  Iraq, Siria, Afghanistan, Somalia, Sudan… L’elenco è lunghissimo
- Nel nostro mondo ci sono tanti conflitti dimenticati, di cui nessuno parla e le cui vittime sono spesso civili, anche bambini, rimasti uccisi o mutilati , feriti nel corpo e nell’animo.
- Daniele: Qualcuno dice che alcune guerre sono giuste, ma io vi lascio una domanda: davvero le guerre sono giuste e necessarie? Io scelgo la pace, io scelgo la vita.

Classe III D


giovedì 7 ottobre 2021

 Percorso tra Storia, Letteratura e Attualità


Leggiamo la poesia di Luigi Mercantini “La spigolatrice di Sapri”

 

Eran trecento: eran giovani e forti:  

          E son morti!

 

     Me ne andavo al mattino a spigolare


Quando ho visto una barca in mezzo al mare:


Era una barca che andava a vapore,

E issava una bandiera tricolore.

All’isola di Ponza si è fermata,



È stata un poco, e poi s’è ritornata;

S’è ritornata, e qui è venuta a terra;

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra.




Eran trecento: eran giovani e forti: 

          E son morti!

 

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,

Ma s’inchinaron per baciar la terra: 

Ad uno ad uno li guardai nel viso;

Tutti aveano una lagrima ed un sorriso:

Li disser ladri usciti dalle tane,

Ma non portaron via nemmeno un pane;

E li sentii mandare un solo grido:

— Siam venuti a morir pel nostro lido! —

 

     Eran trecento: eran giovani e forti:

          E son morti!

 

     Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro

Un giovin camminava innanzi a loro;

Mi feci ardita, e presol per la mano,

Gli chiesi: — Dove vai, bel capitano?

Guardommi, e mi rispose: — O mia sorella,

Vado a morir per la mia Patria bella! —

Io mi sentii tremare tutto il core,

Nè potei dirgli: — V’aiuti il Signore! —

 

     Eran trecento: eran giovani e forti:

          E son morti!

 

     Quel giorno mi scordai di spigolare,


E dietro a loro mi misi ad andare:

Due volte si scontrar con li gendarmi,

E l’una e l’altra li spogliar dell’armi:

Ma quando fûr della Certosa ai muri,

S’udirono a suonar trombe e tamburi;

E tra il fumo e gli spari e le scintille

Piombaron loro addosso più di mille.

 

     Eran trecento: eran giovani e forti:

          E son morti!

 

     Eran trecento, e non voller fuggire;

Parean tremila e vollero, morire:

Ma vollero morir col ferro in mano,

E innanzi ad essi correa sangue il piano.

Finchè pugnar vid’io, per lor pregai;

Ma a un tratto venni men, nè più guardai...

Io non vedeva più fra mezzo a loro

Quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro!...

 

     Eran trecento: eran giovani e forti:

          E son morti!

Conosciamo Carlo Pisacane:



Un amore al tempo della rivoluzione



Riflessioni:
  • A quale avvenimento storico del Risorgimento è dedicata la lirica?
  • Chi è il protagonista della spedizione?
  • Cerca informazioni sulla dinamica della spedizione
  • Come terminò?
  • Da quale punto di vista viene raccontata la vicenda?
  • Chi è la spigolatrice?
  • Osserva il dipinto di Millet intitolato "Le spigolatrici". Come vengono rappresentate e cosa ci comunica il quadro?
  • Osserva ora la statua commissionata dal Comune di Sapri ad un artista contemporaneo.  Che figura di donna compare? Come viene rappresentata?
  • Questa statua ha suscitato molte polemiche: da una parte  ci sono coloro che evidenziano il contrasto tra la figura rappresentata e il significato della lirica e criticano la figura femminile per l'aspetto estetico , dall'altra coloro i quali sostengono che l'arte non debba avere gabbie, rappresentando la libera creazione dell'artista.  Tu da che parte stai? Motiva la tua risposta.


 

 

mercoledì 20 gennaio 2021

 Propaganda e consenso

Ricordare e comprendere: Come è potuto accadere? Perché  tanta indifferenza? Da dove nasce il consenso? Per riconoscere che i semi dell'odio e del razzismo si nascondono anche dietro apparenze "normali". Giocattoli, fumetti, giornali, libri e quaderni: tutto può diventare strumento di propaganda per ottenere consenso. Anzi, risultano ancora più subdoli quando sembrano lontani anni luce e riguardano il mondo di bambini e ragazzi. Invece proprio il mondo della scuola ha una responsabilità enorme nel veicolare messaggi e valori. In questa attività si è cercato di ricostruire la vita all'interno di una classe degli anni del Fascismo e della guerra. La cattedra sopraelevata, i banchi, i simboli del potere... 

Saranno analizzate le copertine dei libri ed il loro contenuto, i quaderni, i dettati. Si passerà, poi , ai fumetti, con vignette propagandiste e per concludere  i giocattoli dell'epoca: soldatini, carri armati, aerei da guerra, bambole e bambolotti con divise di partito. La scuola, che dovrebbe sviluppare senso critico, ha il dovere di non abbassare mai la guardia per evitare quel controllo delle masse che ha reso possibili tanti eventi passati.

Mostra Leggi razziali





venerdì 15 gennaio 2021

 La letteratura memorialistica

Buongiorno ragazzi, come vi ho promesso oggi a lezione, ho preparato per voi un lavoro dove poter ritrovare i concetti chiave di cui abbiamo parlato in live: Per ora ho inserito soltanto la parte relativa alla narrativa memorialistica e a Giuseppe Ungaretti, con un riferimento alla lirica "Veglia". Man mano che procederemo con lo studio di altri autori la pagina sarà aggiornata.

La letteratura memorialistica 

 Poesie e fumetti



lunedì 21 dicembre 2020

Memoria e migrazioni Memoria e migrazioni

Approfondimento di Storia: Studia i materiali presenti nel post, osserva le immagini e ascolta le storie dei migranti, poi prepara un tuo intervento sul tema " Quando gli emigranti eravamo noi".

Monumento all'emigrante- Capracotta

 L'età giolittiana

L'età giolittiana di Savina Gravante

giovedì 10 dicembre 2020

 Ripassiamo in maniera divertente:

 Scarica l'immagine e risolvi il puzzle

sabato 14 novembre 2020

 La politica di Cavour 

e la seconda guerra d'indipendenza

Il dibattito politico dopo il 1848





lunedì 2 novembre 2020

 I moti del 1830-1831


Mappa concettuale



Le carceri del Palazzo Ducale  di Genova nei primi decenni dell' 800 erano destinate ad ospitare detenuti politici. E' facile immaginare quale fosse la vita nelle prigioni: il poco vitto ed i disagi delle intemperie minavano in poco tempo la salute dei detenuti. I carcerati riposavano su fetidi pagliericci, avvolgendosi in coperte sporche e spesso nell'inverno, quando la tramontana ed il nevischio imperversavano attraverso le inferriate, usavano pagliericci e coperte per ripararsi alla meglio ammucchiandoli lungo i finestroni.

In questa cella fu rinchiuso Jacopo Ruffini, patriota e amico di Mazzini, fu l'anima di un movimento che avrebbe dovuto provocare un moto insurrezionale a Genova e Alessandria nel giugno del 1833. Arrestato nella notte tra il 13 ed il 14 maggio, fu rinchiuso nella torre di Palazzo Ducale e sottoposto a lunghi e tormentosi interrogatori. Nella notte tra il 18 ed il 19 giugno i guardiani delle carceri lo trovarono nella sua cella morto, steso a terra immerso nel proprio sangue. L'autopsia stabilì che la morte era stata causata dalla recisione della carotide,  effettuata tramite un "istrumento puntuto". Le autorità sostennero la tesi del suicidio, che tuttavia non convinse l'opinione pubblica. Jacopo Ruffini era destinato al patibolo, ma la sua esecuzione avrebbe potuto dare ulteriore spinta ai moti insurrezionali, facendo di lui un martire. La soluzione dell'omicidio ben mascherato da suicidio consentiva di liberarsi del capo dei rivoltosi, facendolo passare per un vile che si era tolto la vita.

Persino Giuseppe Garibaldi si trovò in queste prigioni dopo essere stato arrestato in seguito alla caduta della Repubblica romana nel 1849.