domenica 17 gennaio 2021

 

San Martino

La nebbia a gl'irti  colli
piovigginando sale ,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor dei vini
l'anime a rallegrar.

Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando
sta il cacciator fischiando
su l'uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.

                                                                G. Carducci

Scritta nel 1883 e inserita nella raccolta Rime Nuove. È formata da quattro strofe, tutte quartine di versi settenari. In essa il poeta parte dalla descrizione di un paesaggio esterno naturale e attraverso il susseguirsi di vari quadretti paesaggistici esprime in maniera implicita la sua visione del mondo e il dissidio interiore che caratterizza il suo animo, in contrasto tra il pessimismo di fondo e la percezione dell’inevitabile infelicità dell’uomo da una parte e la ricerca di conforto e pace dall’ altra.

Questo contrasto appare evidente già dalla struttura della lirica, che si potrebbe definire a "chiasmo", poiché le quattro strofe sono collegate tra loro da un legame di significato. La prima e la quarta esprimono una visione cupa e negativa della vita attraverso immagini inquiete ed angosciose, la seconda e la terza, invece, esprimono il tentativo di esorcizzare questa sofferenza attraverso immagini gioiose e positive.


Già dal titolo della poesia "San Martino" si intuisce qualche indizio sul suo contenuto attraverso il riferimento al periodo della stagione autunnale, denominato popolarmente "estate di San Martino" nel mese di Novembre, periodo in cui la tradizione contadina fa concludere la vendemmia ed il mosto si trasforma in vino. Ma l'autunno è anche la stagione dei morti, della natura che si addormenta in attesa dell'inverno e sembra perdere la sua vitalità.

Strofa I: nella prima strofa il poeta descrive un paesaggio naturale, che ricorda quello della Maremma toscana, caratterizzato dalla presenza delle colline da una parte e dal mare dall’ altra. Si tratta di un paesaggio autunnale, contraddistinto dalla presenza della nebbia che, come una pioggerellina sottile, sale verso le colline, avvolgendole in un alone cupo e misterioso . L’aggettivo “irti”, riferito a colli, contribuisce a creare un’atmosfera di tristezza e di abbandono e comunica un senso di morte, in quanto i colli sono resi irti dai rami spogli e scheletriti degli alberi che non hanno più foglie e sembrano privi di vita.

Poi l’attenzione del poeta si sposta verso la costa, dove compare l’immagine di un mare tempestoso, sferzato dai venti ( il maestrale è un vento freddo proveniente da NE). I sensi più utilizzati in questa strofa sono la vista e l’udito.

Il mare subisce quasi una personificazione, compiendo un’azione tipica dell’uomo distrutto dal dolore : “Urla” e questo termine, posizionato a inizio verso viene messo in evidenza dal poeta ed esprime in maniera forte il sentimento di dolore anche attraverso i suoni delle lettere "u" ed "r".

Strofa II: il paesaggio cambia nella seconda strofa, che inizia con la congiunzione avversativa “ma” che preannuncia un messaggio diverso da quello espresso precedentemente: non siamo più in un luogo completamente naturale, ma in borgo dove si avverte la presenza dell’uomo. Qui si respira un’aria diversa, che rallegra gli animi distogliendoli dal pensiero dell’infelicità dell’esistenza. Il poeta utilizza i sensi dell’udito e dell’olfatto per descrivere le strade del paese inondate dai suoni e dagli odori tipici della vendemmia ( l’uva che ribolle nei tini e l’odore dei vini che si diffonde tutt’intorno). il poeta sta ricercando dei modi per alleviare le sofferenze umane e li ritrova nel vino, secondo un topos della poesia classica. Basti pensare al poeta greco Alceo o al poeta latino Catullo, che invita il fanciullo a mescere il vino in abbondanza per cacciar via le tristezza dell’inverno grigio e freddo. In questa strofa ritroviamo l’allitterazione in "r", cioè la ripetizione frequente della consonante r, che contribuisce ad evocare il rumore prodotto dal vino nelle botti.

Strofa III: anche nella strofa successiva il poeta continua a presentarci immagini positive e confortanti, come quella del fuoco scoppiettante sui ceppi accesi. Anche in questa strofa è presente un’ allitterazione, con la ripetizione delle consonanti s e c. La strofa termina con l’immagine del cacciatore in piedi sull’ uscio a fischiare e che continua nella strofa successiva con un’immagine più fosca e triste.

Strofa IV: il cacciatore nominato alla fine della strofa precedente osserva il cielo rossastro sul far della sera; un cielo dove compaiono stormi di neri uccelli tra le nubi rossastre. Il poeta paragona gli uccelli migranti ai pensieri dolorosi che ritornano alla ribalta. Gli uccelli sono “neri”, , definiti con un aggettivo che fa pensare alla morte e crea un’atmosfera inquietante e hanno un valore simbolico spiegato successivamente attraverso la similitudine: rappresentano i pensieri tetri della sua mente.

La poesia quindi ha un andamento circolare in quanto parte da un pensiero negativo, poi lo supera attraverso immagini positive, infine la sofferenza prende il sopravvento e la poesia si chiude ritornando all’ angoscia iniziale. Di conseguenza il tentativo del poeta di trovare serenità e pace attraverso valori ed immagini positive fallisce, lasciando posto alla sofferenza e al dolore.

Come in altre poesie carducciane, ritroviamo il dualismo luce- ombra, caldo-freddo, vita- morte.

Rime: il secondo e terzo verso di ogni strofa rimano tra loro con rime baciate; gli ultimi versi di ogni strofa terminano con una parola sdrucciola e rimano tra loro (mar- rallegrar- rimirar- migrar).



La prima strofa termina con un segno di punteggiatura ( il punto e virgola) e quindi costituisce una parte a sé stante; la seconda termina con un punto fermo, la terza e la quarta sono legate da un enjambement( rimirar/tra le rossastre nubi) e quindi sono collegate tra loro.

                                                                      

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